Un punto di partenza per il calcio italiano

Un punto di partenza per il calcio italiano

Tecnica o tattica? Catenaccio o possesso? La pausa per le nazionali e i risultati poco brillanti dell’Italia hanno riacceso il dibattito in merito a quale percorso dovrà intraprendere il calcio italiano per rialzarsi, dopo aver vissuto il suo momento più basso da oltre 60 anni. Tralasciando i discorsi tecnici sui centri federali piuttosto che i settori giovanili, vale la pena soffermarsi sulla tematica “di campo” relativa allo stile di gioco.

Alcuni osservatori hanno sottolineato che i momenti vincenti della Nazionale italiana sono figli di due genitori ben identificati: la solidità difensiva e il blocco Juventus. Il primo punto è imprescindibile ma non sufficiente a spiegare le vittorie; nei tornei dell’era moderna, tralasciando i due mondiali vinti nel 1934 e nel 1938 (il calcio era diverso da quello contemporaneo), la selezione azzurra non solo disponeva di grandi difensori e di una formidabile fase difensiva ma aveva un’offerta sia a centrocampo che in attacco oggi non disponibile.

Nel 1978 la nascita del fenomeno “Pablito” Rossi e Roberto Bettega, nel 1982 ancora Rossi ma anche Graziani, Conti, Altobelli. Nel 1990 una formidabile nidiata di talenti, da Gianluca Vialli a Roberto Mancini, da Carnevale al fenomeno Roberto Baggio fino all’exploit di Totò Schillaci. Se andiamo ad analizzare la squadra vicecampione d’Europa nel 2000 in Belgio e Olanda notiamo come stessero maturando i talenti che nel 2006 avrebbero trionfato in Germania: Totti, Del Piero, Inzaghi.

L’Italia campione del mondo in Spagna nel 1982

I tornei importanti vengono vinti generalmente dalle migliori difese. E’ accaduto alla Francia nel 1998 (2 gol subiti), all’Italia nel 2006 (solo due reti subite, un autogol e un rigore), alla Spagna di Euro 2012 (1 gol subito) e anche i 4 gol subiti dalla Germania nel 2014 confermano il trend. Parliamo forse di Nazionali dalla grande scuola difensiva, paragonabile a quella italiana?

Il problema del calcio italiano attuale è la voglia di cambiare la propria natura senza il giusto contesto. Per crescere giocatori tecnici come la Spagna è necessario un cambiamento radicale nel sistema calcio italiano che non solo non può essere programmato, ma nemmeno attuato. Si renderebbe necessario andare contro le proprie origini, la propria storia non solo sportiva. Il nostro paese si è sempre dovuto difendere dagli attacchi esterni (e a volte anche interni): come possiamo sfidare la nostra storia?

La Germania ha cambiato pelle negli ultimi quindici anni, soprattutto grazie a politiche di integrazione sociale che hanno permesso ai figli tedeschi di seconda generazione di diventare protagonisti in Nazionale; ma se analizziamo più a fondo la formazione tipo che ha vinto la Coppa del Mondo 2014 ci accorgiamo che ad essere rappresentate in patria sono solo Bayern Monaco e Borussia Dortmund, ovvero le squadre più forti di quel periodo. Il campionato tedesco, la Bundesliga, non è particolarmente tecnico, non è un caso che nella rosa tedesca che andrà in Russia con tutta probabilità solo 3 elementi saranno rappresentati del campionato: Werner, Goretzka e Kimmich (gli ultimi due sono del Bayern).

Se guardiamo alla Nazionale spagnola solo Real, Atletico e Barcellona sono di fatto rappresentate.
E allora si torna alla seconda condizione: il blocco Juventus. Il progressivo deteriorarsi del binomio blocco italiano-Juventus ha prodotto inevitabili contraccolpi anche in Nazionale. I senatori sono al passo d’addio, nel futuro prossimo si intravedono solo Rugani e Bernardeschi tra quelli che potranno avere un ruolo in azzurro. Nella selezione del 2006 c’erano 5 giocatori della Juventus, in quella del 1982 addirittura 6 e tutti titolari.

Per rialzare il calcio italiano si potrebbe cominciare dal non violentare la propria identità. Questo non vuol dire insegnare ai giovani difensori la marcatura a uomo ma nemmeno solo l’impostazione palla al piede. Non vuol dire che il centravanti debba piantarsi in area ma nemmeno che risulti solo funzionale al gioco della squadra. Il tema è complesso e le soluzioni di conseguenza non possono essere semplici ma se il movimento italiano vuole ritornare ad essere competitivo deve trovare un punto di partenza.

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