Occasione sprecata

Per accedere alla finale di Champions League e incontrare a fine maggio il Real Madrid a Kiev, la Roma deve compiere un’altra impresa dopo quella con il Barcellona, vincere con 3 gol di scarto. La confusa gestione della prima ora di gioco contro il Liverpool ad Anfield è costata carissima, e solo le reti di Dzeko e Perotti su rigore restituiscono un senso alla partita dell’Olimpico, che in caso contrario sarebbe stata una lunga passerella per i ragazzi di Klopp, in attesa del fischio finale.

Il 5-3 della gara d’andata sembra quasi una sentenza per i giallorossi, ma in fondo lo sembrava anche il 4-1 del Camp Nou, quindi crederci è d’obbligo considerate le difficoltà difensive del Liverpool, anche se il problema più grosso rimane quello di arginare il super tridente offensivo Mane-Firmino-Salah.

Riuscirà ancora una volta Di Francesco ad imbrigliare l’avversario, riportando in una finale di Coppa Campioni la Roma dopo 34 anni?


Le scelte dei due tecnici

Di Francesco ritorna ad un più saggio 4-3-3 con Pellegrini e Nainggolan a centrocampo insieme a Daniele De Rossi, in attacco il tridente composta da Schick, Dzeko e il positivo El Shaarawy delle ultime settimane.

Klopp cambia l’infortunato Oxlade-Chamberlain con Wijnaldum, per il resto la formazione dell’andata è confermata con Milner e Henderson a centrocampo insieme all’olandese, in attacco il pericolosissimo tridente composto da Mane, Firmino e l’ex Salah.


Errori fatali

Di Francesco decide di attaccare sulla corsia di sinistra, dalla parte di un ispirato El Shaarawy, nell’avvio grintoso della sua squadra; è un 4-3-3 puro, con Pellegrini che da mezzala di alterna con Nainggolan nel compito di accentrarsi per supportare Dzeko e Schick. Preoccupato dell’approccio estremamente aggredito della Roma, Klopp chiede a Mane di abbassarsi sulla linea dei centrocampisti in un 4-4-2 in fase di non possesso. Tutto cambia quando Nainggolan con un maldestro passaggio mette in movimento il tridente del Liverpool, con Mane che si trova solo davanti ad Allisson e lo batte. È clamorosa la leggerezza del belga che permetterà agli avversari di impostare ancora di più la gara sui binari della difesa e contropiede.

Se la Roma tende a disunirsi dopo il gol, nonostante non sia passato nemmeno un quarto d’ora, gli ordini di Klopp sono quelli di andare a cercare la ripartenza immediata per sigillare la qualificazione. Ma ancora una volta è un episodio a rimettere il morale dei giallorossi in positivo, l’autogol di Milner ristabilisce il conto dei gol che la Roma doveva fare a inizio gara. Come a inizio partita anche nella fase centrale del primo tempo la maggior parte degli attacchi arriva da sinistra, dove Arnold non riesce a contenere El Shaarawy; per questo Klopp decide di spostare gli interni di centrocampo con Milner che va in aiuto del giovane terzino.

La rete di Wijnaldum è l’ennesimo errore di una retroguardia non all’altezza in questo doppio confronto. È forse la pietra tombale sulle speranze di una Roma che dimostra discreta disinvoltura in avanti ma troppe amnesie in fase difensiva e un atteggiamento fin troppo spregiudicato. Kolarov spinge ma fatica a rientrare, De Rossi tiene una posizione a metà che non aiuta a coprire le linee di passaggio, Fazio e Manolas sono costretti a vedersela con avversari piu veloci come Mane e Salah; la Roma ci prova con coraggio, il Liverpool si difende così come fatto con il Manchester City e in tre passaggi va al tiro con Firmino, mettendo i brividi al pubblico dell’Olimpico che non possono esultare perché il destro – deviato – di El Shaarawy finisce sul palo.


Non basta

Se nel primo tempo le sgroppate di Kolarov provocavano buchi alle sue spalle, nella ripresa la difficoltà di leggere le situazioni di Florenzi sul lato opposto sono evidenti: sempre indeciso se andare o rimanere, in difficoltà persino sulle rincorse e facilmente aggredibile alle spalle (e non è la prima volta in stagione). Il gol di Dzeko conferma le qualità del bosniaco e ridà fiato alla Roma, che adesso dovrà concedere molto in difesa perché deve segnare ancora 3 gol. Di Francesco toglie Pellegrini, in difficoltà nelle due fasi e autore di banali errori tecnici, e inserisce Under ridisegnando la squadra con un 4-2-3-1 con Schick che si abbassa alle spalle di Dzeko, con El Shaarawy e il turco ai lati.

Il Liverpool accetta di non giocare e lasciare l’azione alla Roma. Le qualità tecniche e atletiche del tridente offensivo sono sufficienti per mantenere sempre in allerta la difesa dei padroni di casa. Dzeko è il migliore dei suoi, non solo segna ma arriva spesso su seconde palle che diventano pericoli; la bravura del bosniaco sembra però non bastare, le occasioni arrivano ma l’imprecisione punisce la Roma che non trova in Schick una sponda adeguata per le azioni offensive. De Rossi lascia il campo per Gonalons a metà del primo tempo, lasciando invariato lo schieramento tattico giallorosso; anche El Shaarawy, stremato, lascia il campo e Di Francesco inserisce il giovanissimo Mirko Antonucci.

La stanchezza di una gara giocata ad alti ritmi prevale sul campo negli ultimi quindici minuti, alla Roma servirebbero 3 gol, il Liverpool non ha nulla da chiedere alla gara se non arrivare alla fine senza rischi. E pensare che nel finale i giallorossi si rendono spesso pericolosi, sempre con il migliore in campo, Dzeko, anche se è Nainggolan a dare quantomeno la vittoria. Ma non basta alla sua Roma, che cede il passo ad un Liverpool che va meritatamente a Kiev a giocarsi la finale di Champions League.


Conclusioni

La sensazione di non aver gestito al meglio la doppia sfida resta, per quel che riguarda la Roma, troppo sbilanciata in determinati momenti del doppio confronto e capace di evidenziare le qualità di un Liverpool che si dimostra bello ma non imbattibile. Di Francesco dovrà fare ammenda perché occasioni così capitano raramente e ripensando a quell’ora di gioco scellerata di Anfield le recriminazioni crescono.

La Roma ha giocato a viso aperto troppo presto, incassando due gol banali e trovandosi troppo presto fuori dai confini della qualificazione che, di fatto, non è mai stata in discussione. Troppo deboli caratterialmente i giovani, da Schick a Pellegrini, troppi gol subiti nel doppio confronto, troppi rimpianti per una squadra che si è dimostrata matura ma ancora lontana da standard europei di altissimo livello.

In finale ci va il Liverpool, che andrà a Kiev a giocarsi la sesta Champions della sua storia. Klopp conquista per la seconda volta la finale, lo fa con una squadra moderna e organizzata, figlia del dinamismo mentale del tecnico tedesco che in due stagioni ha riportato i Reds ai vertici del calcio europeo.

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