La solitudine dei numeri uno

La solitudine dei numeri uno

Una sola vittoria, peraltro risicata, contro l’Arabia Saudita, 3 pareggi e 2 sconfitte. Il cammino di avvicinamento della Germania ai mondiali russi è stato tutto tranne che esaltante e le preoccupazioni del Commissario Tecnico Joachim Low del tutto giustificate. La squadra mostrava dei difetti strutturali come l’inefficacia in zona gol e una fragilità difensiva marcata, inadatta per un torneo dove anche questo aspetto fa la differenza.

Si pensava che le indicazioni uscite da queste amichevoli dovessero essere contestualizzate, che una volta affrontate le gare decisive la Germania si sarebbe comportata come sempre, ovvero dimostrandosi all’altezza e competitiva. In realtà sono state il presagio a quello che si è visto nelle ultime due settimane, prestazioni che hanno confermato come il gruppo che quattro anni fa ha trionfato in Brasile sia arrivato alla fine del suo ciclo e la necessità di iniziarne uno nuovo è impellente.

Difetti strutturali

Per analizzare le ragioni del fallimento tedesco è importante leggere la classifica del gruppo F. La Germania chiude al quarto e ultimo posto, ha vinto una sola partita e ne ha perse due, ha segnato 2 gol e ne ha subiti 4. La difesa è risultata la più battuta insieme a quella del Messico e l’attacco ha fatto anche peggio, risultando il più modesto del raggruppamento. I segnali delle amichevoli degli ultimi mesi erano esatti, la squadra fatica a segnare e a difendere.

Non cambiando modulo e affidandosi al collaudato 4-2-3-1 estremamente flessibile, Joachim Low ha presentato all’esordio contro il Messico una squadra dai connotati molto simili a quelli del mondiale precedente. I numeri di questa gara sono eloquenti e dimostrano l’inconcludenza offensiva: 26 tiri totali, 9 in porta, 0 gol. Un gioco a rilento, fatto di passaggi precisi (87%) ma del tutto inefficaci e un numero inferiore agli avversari di contrasti vinti (46 a 59) a dimostrazione anche delle difficoltà in mezzo al campo. Se da un lato l’unico giocatore a salvarsi è Toni Kroos, ormai appartenente alla categoria Campioni, i suoi compagni di reparto si sono rivelati inadeguati. Contro il Messico ha giocato Khedira, sostituito dopo un’ora di gioco e autore di una prestazione totalmente insufficiente.

Nel primo tempo la Germania ha sofferto terribilmente le ripartenze messicane, e l’impostazione di gioco ha fatto di tutto per favorirle. Hummels e Boateng hanno giocato di fatto nel cerchio di centrocampo, mentre Kimmich e Plattenhardt erano due ali offensive più che terzini. Con una fisionomia così sbilanciata era impossibile non subire almeno un gol da una squadra come quella messicana, che in attacco ha giocatori rapidi e tecnici. Un atteggiamento così spregiudicato può essere supportato solo da una condizione fisica eccellente e da interpreti che nell’ultimo terzo di campo siano in grado di fare la differenza. Ebbene, nessuna di queste condizioni era presente e le prestazioni anonime di Ozil e Muller ne sono la conferma. Due dei protagonisti in Brasile hanno sbagliato partita, pestandosi spesso i piedi e risultando totalmente inoffensivi (0 tiri in porta per entrambi). Timo Werner si è presentato al mondiale in forma anonima, confermando le sensazioni dell’ultima stagione dove non era stato determinante come in quella precedente, e alimentando le critiche di chi sosteneva che la necessità di portare in Russia il 32enne Mario Gomez sia stata dettata dalla scarsa offerta di attaccanti tedeschi.

Vincere e non convincere

Nella seconda gara, quella decisiva con la Svezia, Low cambia alcuni interpreti ma non lo spartito. Subentrano Reus e Rudy ma la musica non cambia ed è solo Toni Kroos a tenere alto il livello della squadra. Rispetto alla partita con il Messico il numero di tiri totali scende (18), soprattutto perché nel primo tempo la squadra fatica a trovare il modo di disorganizzare una retroguardia ben disegnata come quella svedese. Anche in questa partita si nota come la manovra sia lenta, a basso ritmo, senza movimenti in profondità o ad allargare la difesa avversaria. Un sistema di gioco che non produce effetti, se non quello di subire ancora un gol. Nonostante il ritorno di Hector e una posizione più equilibrata, la retroguardia si espone al contropiede persino della Svezia, squadra molto fisica e assai poco incline a ripartire in velocità.

A salvare la Germania solo una deviazione di Reus e una punizione all’ultimo minuto di Kroos, che sorprende un colpevole Olsen. E’ arrivata la vittoria ma i dubbi restano. Troppi giocatori non sono stati capaci di incidere, come Julian Draxler che ha mostrato al mondo tutti i suoi limiti (non solo tecnico-tattici). Ancora una volta Low ha fatto affidamento sulle virtù tecniche dei suoi giocatori, ha deciso di non cambiare sistema di gioco anche quando era evidente che gli attaccanti continuavano a sbattere contro il muro svedese, ed è stato salvato da un evento abbastanza casuale.

Fine di un ciclo

Tutti avremmo previsto una vittoria nella terza gara, contro una Corea del Sud vivace ma poco dotata tecnicamente. Ancora 4-2-3-1, il ritorno di Ozil titolare e la bocciatura di Muller per Goretzka, Khedira preferito a Gundogan. Ancora un gioco compassato ma a differenza delle altre partite le occasioni da gol ci sono state, e probabilmente delle tre è stata la partita giocata meglio. 28 tiri totali e nessun gol, a conferma che il reparto offensivo è stato un problema fondamentale di questa Germania. Non può fare testo la seconda rete incassata, con Neuer alla ricerca del gol e una corsa forsennata di Son a far esplodere di gioia i coreani (e non solo). Una gara maledetta, non sbloccata subito e tremendamente complicata nel suo svolgimento, con una catena di sinistra inefficace (Hector-Reus) e un Werner non all’altezza di rappresentare l’attacco dei campioni del mondo.

Quali le ragioni della disfatta? Sicuramente un logorio dei senatori, causa molto spesso comune tra le grandi nazionali che falliscono. I vari Muller, Ozil, Boateng, Khedira non hanno reso secondo le aspettative e non si sono fatti trovare pronti all’appuntamento. Tutti scarsamente protagonisti anche nei club nell’ultima stagione, hanno vissuto di rendita alla vigilia del mondiale offrendo più passato che presente. Low ha voluto ringraziare e premiare il blocco storico, cercando di inserire qualche novità che evidentemente non ha le qualità dei predecessori. Ha portato avanti le sue idee di gioco, ha continuato a percorrere il sentiero del possesso palla ossessivo che questa volta non ha pagato.

Il Commissario Tecnico aveva dimostrato di essere molto pragmatico, se ripensiamo alla partita con l’Italia a Euro 2016 dove aveva schierato la squadra in modo speculare agli Azzurri di Conte. In questo torneo non è mai riuscito a trovare un’innovazione, un’idea, un cambio in grado di modificare l’andamento lento dei suoi ragazzi. Il perché di un atteggiamento così spregiudicato resta un mistero, soprattutto a fronte di una condizione fisica non buona. Esporre la squadra a dover coprire con i dure centrali 50 metri di campo è stato un azzardo, costato la sconfitta con il Messico e grossi guai con la Svezia.

Il tema rinnovamento. Trovare sostituti all’altezza dei campioni del mondo è molto difficile, spesso impossibile. Lo ha provato sulla sua pelle l’Italia, che undici anni dopo Berlino si è presentata ai playoff mondiali con Buffon, Barzagli, De Rossi, il gruppo dei mondiali 2006. I dubbi sulle nuove generazioni tedesche erano stati sollevati da Oliver Bierhoff prima del mondiale, a conferma che qualcosa non funziona più nelle accademie tedesche. Il fascino di certi nomi, spesso esaltati immotivatamente, ha portato ad una serie di equivoci che dovranno trovare soluzione. Rudy, Sulle, Draxler, Werner e forse Goretzka sono giocatori importanti ma forse non decisivi come lo erano stati Khedira, Hummels, Ozil e Klose. C’è bisogno di una seria analisi sul vero valore delle nuove generazioni, perché il rischio di trovarsi dietro a Inghilterra e Francia è alto.

La Germania ripartirà come ha sempre fatto, dalla programmazione. Dovrà intensificare la ricerca di nuovi talenti e, probabilmente, iniziare un nuovo ciclo con un Commissario Tecnico che non abbia legami con chi gli ha dato tanto, tutto, ma che alla resa dei conti ha dimostrato di non poter più dare a certi livelli.

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